venerdì 24 giugno 2016

Ricordi sbiaditi di una maturità del ‘97



La maturità.
Ti giochi tutto in pochi giorni, e poi una mattina ti svegli e capisci che alla fine dell’estate questa volta non rivedrai i tuoi compagni, e non vi racconterete tutte le avventure al mare, e non ti affannerai a fare i compiti assegnati proprio nei tre o quattro giorni prima del nuovo inizio, con maratone pazzesche sui libri a base di cioccolato e caffè.

Prendi la tua strada, lavoro, Università, non sai ancora.
Vai a letto il giorno prima degli orali e pensi: si mi tira fuori Ugo Foscolo lo so, sulla teoria di Coulomb vediamo un po’, sulle Funzioni li straccio, se cominciano a parlarmi in inglese mi arrampico sugli specchi, se mi chiedono i materiali da costruzione sono rovinato.

Sali sul pullman, lo stesso che hai preso per cinque lunghi anni, e ti appoggi con la testa al finestrino, guardando quel panorama che oramai conosci alla perfezione, ma questa volta noti che qualcosa è cambiato; i piccoli alberelli piantati qualche anno prima tutti in fila in un certo campo sono cresciuti, adesso sono arbusti forti e dalle folte chiome, un certo incrocio non esiste più sostituito da una rotonda con al centro un’avveniristica opera d’arte di cui ti sfugge il significato; alcune case vecchie sono state abbattute, mentre nuovi cantieri sorgono proprio dove prima c’era un grande campo di pannocchie, che ti piaceva guardare perché ti ricordava i giochi d’infanzia con tuo padre.
Sposti la tua attenzione dal panorama verso i tuoi compagni di viaggio e, sì, anche loro sono cambiati a guardarli bene; certo, il cambiamento è stato lento, ed è difficile rendersene conto finchè lo vivi in prima persona, ma con occhi ora distaccati guardi quei ragazzi e quelle ragazze che fino a cinque anni prima erano bambini appena cresciuti, ed ora sono adulti, se pur con molte, moltissime eccezioni sul significato stesso della parola adulti.

L’esame stesso che stai per affrontare decreterà il tuo status di maturo.
Mentre il pullman corre, ti soffermi con un sorriso alla definizione di maturo che il giorno prima ti eri divertito a cercare nel dizionario, fra uno studio e l’altro: di persona, che ha raggiunto la maturità morale e intellettuale, consapevole.
Raggiungerò davvero la maturità morale ed intellettuale? Sarò davvero consapevole?
Quanti errori farò prima di imparare a vivere?
Quante cazzate devo combinare, e in quanti guai mi caccerò?
Una buca fa sussultare il mezzo di locomozione, e ti riprendi di colpo da un piccolo torpore; ti stavi addormentando con la fronte appoggiata sul vetro della finestra e il tuo braccio, in posizione improbabile, comincia a formicolare.
Ti giri di colpo verso il tuo amico per sorridergli, ma lui ha la testa appoggiata sullo schienale e gli occhi chiusi, in una posizione di mortale attesa; vorresti dargli un colpetto al braccio per svegliarlo, scambiare qualche battuta, tanto per stemperare la tensione che c’è nell’aria, ma preferisci lasciarlo ai suoi pensieri che, molto probabilmente, sono uguali ai tuoi.
Allora sospiri, e ti giri nuovamente verso il panorama, che continua a scorrere a gran velocità; il viaggio è lungo, più di trenta chilometri, e col pullman che si ferma mille volte per caricare nuovi passeggeri e che gira per paesini perduti nelle campagne umide, dura quasi un’ora; fai un conto rapido, così per giocare, e ti rendi conto che negli ultimi cinque anni hai affrontato un viaggio di quasi cinquecento ore, oppure - e la cosa fa più effetto - hai percorso qualcosa come quattordicimila e quattrocento chilometri, che ti sarebbero bastati per andare a Melbourne, in Australia.

Già.
E invece sei ancora impantanato nella pianura padana, anche se sai che quasi certamente da lì prima o poi te ne andrai; forse non Australia, ma sicuramente lontano da dove ti trovi adesso.
Magari finirai in riviera Romagnola, dove ci si diverte un sacco, almeno quando hai diciotto o diciannove anni.
Il viaggio è finito, scendi - e sarà l’ultima volta che scendi a quella fermata - e ti avvii verso l’Istituto Statale per Ragionieri e Geometri dove hai imparato un milione di cose negli ultimi anni, e dove una commissione di professori mai visti prima ti aspetta per giudicare se il tuo livello di preparazione culturale ti può permettere di affrontare la vita.
Hai ancora un’età in cui ti limiti a produrre pensieri frivoli, tipo “questa estate non devo fare i compiti” o “a settembre vedrò cosa fare”, perché non immagini quanto sia deleterio perdere tempo nella giungla che è la realtà; sei come una tartarughina che deve giungere per la prima volta al mare e, nonostante il pericolo di essere divorata da varani, serpenti o gabbiani, se ne sta un po’ al sole pensando che tutto sommato è bello ed è meglio della buca dove tua madre ti aveva nascosto.
Superi gli esami.
Tre giorni di tortura psicologica che è diventata anche fisica, dato l’implacabile caldo di un Luglio cocente; sudi sulle carte - ecco a cosa si riferiva Leopardi quando parlava di sudate carte, pensi, e strappi un sorriso a te stesso - ed hai paura di puzzare, per questo nello zaino tieni con grande apprensione un deodorante stick, che progetti di usare ogni volta che vai in bagno.
Ti lamenti del caldo, ignaro del fatto che di lì a sei anni il paese in cui vivi subirà l’estate più calda di sempre; ovviamente non puoi prevedere il futuro e la cosa ti disturba, perché invece vorresti sapere.

Sapere tutto.

Come finirà la tua famiglia, se riuscirai a studiare ancora, se te la caverai economicamente, se i tuoi sogni artistici prenderanno forma e contenuto.
Gli esami sono finiti, e sei certo di aver fatto un’ottima impressione alla commissione, e perfino i tuoi scritti credi siano andati perfettamente; passa qualche settimana e vai a vedere gli scrutini - questa volta guidando l’auto usata che ti ha procurato tuo padre - e leggi con delusione di aver incassato un modestissimo 42/60, che ti porterai dietro per tutta la vita.
Ma sì, che importa, io so quanto valgo e so quanto ho imparato.
L’unica cosa che non so, continui a ripeterti, è come ciò che ho imparato potrà essermi di aiuto nella vita.
L’unica cosa che non sai, in realtà, è se davvero raggiungerai la maturità morale e intellettuale, e la consapevolezza menzionate nel dizionario Treccani per dare una definizione di “maturo”.

No, sbagliato, le cose che non sai sono tantissime, e allora ti aggrappi all’unica cosa che, invece, conosci e che nessuno potrà mai strapparti: il tuo nome.