lunedì 12 gennaio 2009

L'ala "C" del piano interrato, di D'Izzia Roberto

(dalla raccolta "Il gatto nero di Edgar" dello Spazio Folosofico)
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La condanna.

Rimasi seduto, immobile, incapace di prendere qualsiasi iniziativa che mi portasse via da lì; non sentivo più nemmeno le voci delle persone che mi circondavano, ed erano in tanti, e tutti si stringevano proprio attorno a me. Riconobbi la sirena della polizia avvicinarsi, molto lentamente e poi, l’inferno.
Io ero ancora pieno di sangue, avevo ancora la rivoltella fra le mani e il comandante P. non ebbe nemmeno il bisogno di gridarmi qualcosa che suonasse come un ordine; ero palesemente sconvolto, fui preso molto delicatamente da due poliziotti che mi caricarono nella camionetta e da lì, mi portarono al comando più vicino.
Per due giorni mi sottoposero a lunghi ed estenuanti interrogatori, in cui non facevo altro che ripetere sempre la stessa versione dei fatti, cioè la verità di quel che accadde durante la rapina in cui ero stato coinvolto; ricordo, però, contrariamente a ciò che le rappresentazioni cinematografiche fanno vedere, la cortesia dei miei inquisitori, la loro calma e freddezza, la loro intelligente pazienza, la loro professionalità. Ho pensato persino che alcuni di loro non fossero poliziotti di strada, ma psicologi chiamati a quel genere di servizio appositamente per capire quanto di vero c’era nelle mie dichiarazioni, o quanto fossi mentalmente equilibrato.
Molti momenti di quella rapina sono stati rimossi dalla mia memoria, ma alcune immagini rimarranno scolpite nella mia mente; quella del proprietario del ristorante che tira fuori una pistola dal bancone, del mio complice che spara, sbagliando bersaglio e ferendo mortalmente una ragazzina, e di me che sparo in faccia ad un cliente del ristorante che s’improvvisa eroe e mi viene letteralmente addosso.
Il mio complice era fuggito, senza nemmeno prendere il sacco dei soldi estorti al cassiere e ai presenti, ma prima che anch’io prendessi la via della fuga una pallottola mi ferì alla gamba; il proprietario di quel locale non voleva assolutamente perdonare la nostra tentata rapina, e decise di punire me.
Fu così che in meno di cinque minuti mi trovai per terra, con una gamba lacerata e sanguinante, appoggiato al corpo della mia vittima e ostaggio dei miei stessi ostaggi.
Non dissi mai il nome del mio complice, ma le testimonianze erano talmente numerose e la polizia talmente efficace che lo arrestarono due settimane dopo me; io, incensurato, fui condannato a trent’anni di reclusione, lui ebbe due ergastoli, dato il suo passato di recidivo. Ma non sopportò quella condanna, e dopo sette mesi mi fu data la notizia del suo suicidio.
La punizione più terribile fu vedere la moglie della mia vittima al processo; non mi guardava con odio, aveva lo sguardo spento, senza vita, come se fosse venuta non per odiare ma per trasmettere tutta l’angoscia e la tristezza che ormai colmava il suo cuore. Scoppiai in un rumoroso e isterico pianto quando mi resi conto che si trattava di una donna incinta.
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Il carcere.

Durante i primi cinque, forse sei mesi, non presi coscienza del luogo in cui ero stato rinchiuso, ero distrutto moralmente, non parlavo con nessuno, mangiavo veramente poco e qualsiasi pena inflitta mi sembrava troppo poco per me; volevo morire, dimenticare, essere ucciso. Desiderai anche la tortura, ma qualsiasi dolore fisico non avrebbe potuto essere più grande del mio rimorso. Poi, pian piano aprii gli occhi e cominciai ad osservare la mia prigione.
Si trattava di un grosso stabile, a forma di “U”, lontano dal paese, una specie di caserma militare riadattata a carcere; era diviso in “ale”, cioè zone ben delimitate in base alle caratteristiche dei detenuti; al piano terreno c’erano l’ala “A” e la “B” , dove venivano portati rispettivamente i delinquenti comuni e tutti coloro che avevano da scontare meno di due anni di reclusione. Al primo piano c’era l’ala “D”, quella degli ergastolani, condannati per i reati più gravi ed efferati; una piccola sezione dei quest’ala era dedicata a detenuti con malattie mentali e personalità particolarmente complesse. Al secondo ed ultimo piano era dedicata l’ala “E”, un’area speciale e sorvegliatissima, in cui venivano portati criminali legati al crimine organizzato, i quali non avevano nessun modo di incontrare il resto dei detenuti.
Il piano interrato corrispondeva a quanto di più traumatico ed inquietante un detenuto può aspettarsi da un carcere; era diviso in due, da una parte le celle d’isolamento, dall’altra l’ala “C”...
IL RESTO DEL RACCONTO SU SPAZIO FILOSOFICO, sezione "File", cartella "Il gatto nero di Edgar"

2 commenti:

alice ha detto...

potrebbe essere un fumetto... leggendolo mi ha dato questa impressione

liberoPensieRoberto ha detto...

è un racconto del terrore.. con finale mozzafiato.
Una delle mie follie, scrivere racconti del terrore.